Uno stile di parenting positivo, è caratterizzato sostanzialmente da un genitore che ascolta e che si sintonizza emotivamente sugli stati d’animo del bambino, sia emozioni positive sia negative; incoraggia l’autonomia e la curiosità del bambino.
Possiamo sintetizzare descrivendo tre obiettivi principali di una genitorialità positiva:
- sviluppare l’individualità del bambino
- l’autoregolazione emotiva
- l’assertività
Quindi come genitore è essenziale aumentare la sensibilità, e la prevedibilità. Queste competenze possono sempre essere acquisite e allenate mentre si svolge il proprio ruolo.
Quindi, la genitorialità è la capacità del genitore di assumere un preciso schema comportamentale che lo porti a nutrire, accudire, proteggere, educare, rendere autonomi i propri figli nei canoni psicosociali ed evolutivi appena descritti (Cusinato & Panzeri, 2005).
Quali sono i diversi Stili di Parenting?
Quattro sono i principali Stili di Parenting che è necessario conoscere e discriminare per riflettere sul proprio:
- Autoritario: genitore freddo, controllante, poco disponibile al dialogo e a giustificare le richieste infantili, eccessivamente esigente circa un comportamento filiale maturo. E’ uno stile improntato al controllo esterno piuttosto che all’insegnamento dell’autocontrollo e dell’autoaffermazione. Un genitore autoritario non aiuta il bambino a capire le conseguenze delle sue azioni e non suggerisce come gestire i propri comportamenti; si limita ad imporre un proprio modello di condotta.
- Permissivo: genitore scarsamente controllante, affettuoso e comunicativo, ma anche infantilizzante. Non fornisce adeguate regole di condotta. Soprattutto in adolescenza tende a trattare un figlio come un amico o un pari. La mancanza di richieste e aspettative così come la possibile confusione di ruoli può limitare lo sviluppo dell’auto-disciplina, dell’autocontrollo e della motivazione ad affermarsi.
- Autorevole: genitore controllante, affettuoso e comunicativo, può avere alte aspettative circa la maturità filiale, valorizzando l’indipendenza e l’autonomia, ma è sempre aperto al dialogo, all’ascolto e alla negoziazione.
- Trascurante: genitore scarsamente controllante e comunicativo, nutre scarse aspettative sul figlio (MacCoby e Martin, 1983). Il genitore “trascurante” soddisfa i bisogni primari del bambino (fame, sete, igiene) ma solo meccanicamente. Non è coinvolto emotivamente nella vita e nell’educazione del figlio. Non si pone come base sicura, come punto di riferimento per il bambino; può essere indifferente alle sue reali necessità o incoerente. La conseguenza più grave è lo sviluppo di gravi problemi relazionali, emotivi e cognitivi.
Lo Stile Autorevole e l’Assertività
Baumrind (1991) ha riscontrato come lo stile autorevole sia il più efficace nel promuovere l’autoregolazione, giacché i bambini appaiono più fiduciosi nelle loro capacità, più socialmente responsabili e cooperativi.
Il genitore autorevole fornisce al bambino un sistema di regole positivo, con regole chiare, coerenti e adeguate al livello di sviluppo del figlio spiegando sempre i motivi di tali regole.
Non c’è imposizione, invadenza, ma condivisione, comunicazione e partecipazione tra genitori e figli.
Un atteggiamento importante del genitore autorevole è l’assertività caratterizzato da:
- una modalità di comunicare senza ferire
- contempla la possibilità di ammettere i propri errori
- capacità di ascoltare ed accettare le critiche
- capacità di negoziare ed affrontare i diverbi e le discussioni in modo costruttivo.
Come si può essere genitori “sufficientemente buoni”?
E’ essenziale riflettere sul proprio stile genitoriale ed assumerne consapevolezza.
Soprattutto perché, al di là dei casi estremi sopracitati, non stiamo necessariamente descrivendo genitori malvagi e ignobili ma genitori che amano i loro figli; che sono stati essi stessi figli e che dunque hanno il loro bagaglio di esperienze, di errori e vittorie, la loro personalità, la loro visione del mondo e della genitorialità e che anche quando sembrano “sbagliati” in realtà non farebbero mai del male ai loro figli; stanno solo cercando una strada più giusta..
Spesso mettiamo in atto in maniera automatica, inconsapevole dei comportamenti che riteniamo adeguati, benevoli o innocui; imponiamo le stesse regole che sono state imposte a noi, riproponiamo le stesse pratiche educative, gli stessi modelli che abbiamo sperimentato senza considerare che siamo genitori diversi dai nostri, con personalità diverse, aspettative e vite diverse, i tempi cambiano, la società anche e dunque cambia il modo di stare al mondo dei nostri figli.
La nostra famiglia non sarà mai uguale alla nostra famiglia di origine.
Uno dei compiti evolutivi più importanti per le giovani coppie coniugate, che stanno costruendo la PROPRIA realtà familiare, è proprio quello di trovare un giusto equilibrio tra la fedeltà alla propria famiglia d’origine e la fedeltà a quella nuova (e diversa) che con il proprio partner; mantenendo legami positivi con entrambi.
Quante volte ci troviamo a pensare o dire: “Quello che ho vissuto io non lo vivrà mio figlio” oppure “io alla sua età ero diligente, obbediente e disciplinato”, “Io non avevo le stesse cose che hanno i ragazzi ora eppure sono venuto su bene”, “Mio figlio deve portare avanti l’azienda di famiglia come ho fatto io”, “Mio padre nemmeno mi parlava eppure io lo rispettavo”.
Imponiamo dei vissuti, delle aspettative ai nostri figli che non sono le loro e forse nemmeno le nostre… viviamo in una società in rapido e continuo cambiamento, dobbiamo essere veloci, produttivi, al passo coi tempi, abbiamo molte responsabilità, difficile permettersi di non lavorare per entrambi i genitori ma tutta questa velocità, questo impegno nella vita quotidiana può portare a farci perdere ciò che resta essenziale: un bambino è come un uomo, prova emozioni, si crea delle aspettative, delle fantasie sugli eventi, su di noi e su se stesso.
I bambini provano tristezza, rabbia, gioia, sorpresa come noi, hanno solo il loro modo peculiare di esprimersi: se sono arrabbiati colpiscono un oggetto o un amichetto; se sono tristi piangono, fanno i capricci oppure diventano ostili, se hanno paura evitano di uscire, hanno mal di pancia oppure dicono una bugia per non affrontare ciò che li spaventa.
Hanno un modo tutto loro di comunicare ciò che sentono e spetta a noi genitori ascoltarli e parlare loro con un linguaggio che sia comprensibile, un linguaggio concreto, sensoriale, immaginativo.
Dobbiamo sempre ascoltare la nostra parte bambina, ritrovarla, rispettarla. Al di là dello stile di parenting che ci caratterizza, non dobbiamo mai dimenticare il bambino che c’è in noi, che siamo stati, per comprendere cosa è meglio per i nostri figli.
Importante non dimenticare mai che essere genitori non significa essere perfetti: significa essere se stessi, con i nostri limiti, pregi e difetti, e nonostante tutto saper sintonizzarsi sui bisogni emotivi dei propri figli; significa anche frustrare i loro desideri, segnare dei limiti. L’importante è capire quando e come frustrarli senza ferirli nel profondo.
Significa partire dal presupposto che ciò che possiamo fare meglio è fornire ai nostri figli tutti gli strumenti che conosciamo per affrontare la vita e poi lasciare che li utilizzino come sentono, che sperimentino, che trovino soluzioni senza sostituirsi a loro ma semplicemente accompagnandoli, sostenendoli. Porsi come base sicura significa fare in modo che i nostri figli abbiano il coraggio di vivere sapendo che possono sempre trovare in noi sicurezza, conforto e protezione.
Se è vero che ogni essere umano ha una capacità biologica innata di fare da genitore e i bambini hanno la capacità di innescarla, è anche vero che la forma specifica che essa assumerà dipende dalle esperienze personali passate (J.Bowlby).
Bibliografia
- Benedetto e Ingrassia,2010. Parenting. Psicologia dei legami genitoriali Copertina flessibile , 2010
- Bowlby, J. (1988). Una base sicura, Cortina, Milano, 1988.
- Maccoby, E.E., Martin, J.A. (1983). Socialization in the context of the family: parent-child interaction, Wiley, New York.
Pergolizzi, F. (2006). Parenting style come sorgente di interazioni normali e patologiche, in F.Rovetto, P. Moderato (2006), Progetti di intervento psicologico, McGraw Hill, Milano.
